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Scioperi: Tarlazzi (UILtrasporti), regole chiare per pesare i sindacati. No bavagli ma nuova disciplina

17/12/2014 | Agenzie di Stampa

FERPRESS) – Roma, 17 DIC – “Da un po’ di tempo si sente spesso parlare  di rappresentatività e di rappresentanza del sindacato. Lo si legge sui giornali, ne parlano le istituzioni, ne discute la politica”. Così Claudio Tarlazzi, segretario generale della Uiltrasporti inizia il suo intervento nel dibattito aperto sulle pagine di Ferpress dal collega Rocchi della Filt Cgil sull’argomento.

“Il sindacato nel frattempo, in questi ultimi anni, ha prodotto degli accordi con la controparte datoriale, tesi a disciplinare la materia della rappresentatività sindacale.

E’ facile confondere, quando si parla di questi temi, il significato di rappresentanza da ciò che invece esprime la rappresentatività.

Con il primo si vuole evidenziare che un Sindacato deve per prima cosa rappresentare gli interessi dei propri iscritti; con la seconda si vuole invece andare oltre, rappresentando gli interessi di tutti i lavoratori di quella determinata categoria.

In poche parole con la rappresentatività si va oltre il confine dei propri iscritti (libertà sindacale positiva) e si punta all’obiettivo di rappresentare tutti i lavoratori anche quelli non tesserati al sindacato (libertà sindacale negativa).

La nostra Costituzione ha previsto in quale modo un’organizzazione sindacale può diventare rappresentativa ovvero firmare accordi con valore erga omnes.

Ha anche stabilito che una legge avrebbe dovuto regolare la disciplina di questo argomento così importante.

Una legge che non è mai stata varata perché di fatto è prevalsa la preoccupazione di una possibile influenza dello Stato centrale nelle tematiche di appannaggio sindacale.

Troppo forte era ancora il ricordo della dittatura fascista che aveva impedito ogni forma di libertà sindacale.

Tutto ciò non ha impedito a Cgil, Cisl e Uil di poter svolgere il proprio ruolo, contrattando con le controparti e firmando accordi e contratti collettivi di lavoro.

Certamente è stata un’attività sindacale che ha permesso di rappresentare tutti i settori lavorativi grazie ad una legittimazione bilaterale tra controparti datoriali e sindacali.

Tutta questa architettura, creata ad hoc per sopperire ad una mancanza legislativa di applicazione dell’articolo 39, ha manifestato ben presto la sua debolezza.

Tanto da evidenziare che si fa sempre più pressante da parte del Legislatore ma anche nei fatti di tutti i giorni che riguardano i rapporti tra parti sociali e datori di lavoro, la necessità di una disciplina che regoli questa materia.

In sostanza è ormai, non più rinviabile, l’esigenza di capire quanto il sindacato “pesa” in termini di rappresentatività tra i lavoratori e quindi di conseguenza capire quanto un determinato accordo tra le parti abbia valore per tutti i lavoratori a cui quell’accordo si applicherà.

Questa importante materia se è necessaria, anzi oserei dire obbligatoria, per la legittimazione delle parti sociali durante una trattativa e quindi degli accordi che ne potrebbero conseguire, non si comprende come mai ciò non potrebbe avere lo stesso “peso” nella legittimazione degli attori che proclamano uno sciopero.

L’esercizio di questo diritto, lo sciopero, previsto all’articolo 40 della nostra carta Costituzionale, viene regolato attualmente da due leggi la 146/90 e la 83/2000.

Queste leggi cercano di far contemperare all’azione di sciopero anche l’esercizio di un altro diritto costituzionale che è il diritto alla mobilità.

Non si fa menzione su chi sono titolati ad esercitare questo strumento o comunque si parla di sindacato ma nell’accezione più generica del termine.

Insomma si rimane legati al postulato per cui lo sciopero è un diritto di ciascun lavoratore e che si esercita in maniera collettiva.

Quanto sopra ha permesso fino ad oggi che qualsiasi soggetto potesse proclamare uno sciopero e con il solo effetto annuncio, bloccare servizi pubblici essenziali.

È’ il caso in questi giorni del CAT, una pseudo organizzazione sindacale che non ha sedi sindacali, che non è firmataria di nessun contratto di lavoro e che  non è presente in nessun tavolo di trattativa.

Orbene questa associazione CAT, assolutamente non rappresentativa del mondo del lavoro, è stata parzialmente legittimata dal Ministro dei Trasporti tanto da far cambiare l’ orario di sciopero generale dei ferrovieri proclamato a suo tempo  da CGIL  ed UIL.

Insomma se da una parte, nella contrattazione collettiva, si chiede a gran voce un riconoscimento rappresentativo delle organizzazioni sindacali, dall’altro quando si parla di esercizio di sciopero, tutti, dico tutti, diventano titolati ad esercitarlo.

Ora è vero che la libertà di sciopero rappresenta un diritto inviolabile, forse difficile da poter disciplinare ma se il legislatore è riuscito a farlo per garantire il diritto alla mobilità, individuando i servizi minimi indispensabili, allora potrebbe valutarlo anche dal lato della rappresentatività del sindacato.

Non si chiede certamente di mettere un bavaglio a chi vuole scioperare ma riteniamo opportuno definire una sorta di correlazione tra chi può stare al tavolo di trattativa e chi sciopera.

Poche regole ma chiare nel rispetto della libertà sindacale e di sciopero.

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