Di Valentina Moriello – Uiltrasporti Campania
L’inchiesta avviata a Milano su Foodinho aveva già riportato al centro dell’attenzione pubblica il lavoro dei rider e, più in generale, il funzionamento reale del lavoro tramite piattaforme digitali. Non si trattava soltanto di verificare la posizione di una singola società, ma di comprendere se il modello del food delivery fosse in grado di garantire condizioni di lavoro adeguate in un settore in rapida espansione.
A distanza di poche settimane, il nuovo intervento che ha coinvolto Deliveroo conferma che il tema non riguarda un caso isolato, ma l’intero sistema.
Anche in questa vicenda la magistratura ha ritenuto necessario intervenire, disponendo il controllo giudiziario della società, per verificare l’organizzazione del lavoro e i livelli retributivi, ipotizzando che migliaia di rider possano aver percepito compensi non proporzionati alla qualità e alla quantità del lavoro svolto, con redditi in molti casi inferiori alle soglie considerate adeguate a garantire una vita dignitosa.
Il filo che lega Foodinho e Deliveroo è lo stesso: rider formalmente autonomi che operano però all’interno di un sistema fortemente organizzato dalla piattaforma.
È questa apparente autonomia, spesso solo formale, a rappresentare uno dei nodi più discussi anche sul piano giuridico e sindacale, perché l’organizzazione del lavoro non scompare ma diventa tecnologica, invisibile e difficilmente contestabile.
In questo scenario si inserisce con forza il tema del cosiddetto caporalato digitale, una delle espressioni più utilizzate negli ultimi anni per descrivere le distorsioni del lavoro tramite piattaforma. Non si tratta del caporalato tradizionale, visibile e legato alla presenza di un intermediario fisico, ma di una forma più complessa e meno evidente, in cui il potere organizzativo si esercita attraverso strumenti tecnologici, algoritmi e sistemi di valutazione automatica e, appunto, invisibile.
Il caporalato digitale si manifesta quando il lavoratore appare autonomo ma, nei fatti, dipende da regole che non controlla e che incidono direttamente sulla possibilità di lavorare e guadagnare. La gestione degli ordini, l’accesso agli slot, le priorità assegnate ai rider e i meccanismi di incentivo o penalizzazione creano un sistema che può generare forte dipendenza economica e organizzativa. In alcuni casi emergono anche fenomeni più critici, come la gestione degli account da parte di terzi o trattenute informali sui compensi, segnali di vulnerabilità tipici delle filiere del lavoro più esposte.
Il tema centrale resta quello del reddito. Il pagamento a consegna rende il guadagno incerto e trasferisce sul lavoratore gran parte del rischio economico. Il rider non ha uno stipendio stabile, ma un flusso variabile legato alla domanda, alle decisioni algoritmiche e alla disponibilità continua. Anche lavorando molte ore, il risultato può essere un reddito insufficiente, motivo per cui sempre più spesso questo lavoro viene associato alla nozione di lavoro povero.
A questa incertezza economica si affianca il problema delle tutele. La malattia, nella maggior parte dei casi, non è realmente coperta: se il rider non lavora, non guadagna. Anche la tutela dell’infortunio risulta spesso limitata, circoscritta al momento della consegna e non all’intera attività lavorativa, nonostante si tratti di un lavoro svolto su strada e quindi esposto a rischi costanti.
La situazione diventa ancora più complessa se si considera il contesto economico generale. Aumentano il costo della vita, il carburante e le spese per il mezzo di lavoro, mentre le tariffe delle consegne in molti casi diminuiscono o restano ferme. Il rider sostiene direttamente i costi ma non controlla il compenso, creando uno squilibrio che incide in modo concreto sul reddito reale.
Uno degli aspetti più discussi riguarda poi la flessibilità, elemento che ha rappresentato fin dall’inizio la promessa principale del lavoro tramite piattaforma. In teoria il rider dovrebbe poter scegliere quando lavorare, ma nella pratica, per raggiungere un guadagno dignitoso, molti lavoratori restano connessi per oltre dieci ore al giorno. L’accesso agli slot, le priorità algoritmiche e la competizione tra rider riducono la libertà effettiva e spingono ad aumentare disponibilità e velocità.
Si crea così un meccanismo che molti osservatori definiscono perverso: per guadagnare di più bisogna effettuare più consegne, in tempi sempre più rapidi, con una pressione che può tradursi in maggiore esposizione al rischio e in una corsa continua che rende il lavoro fisicamente e mentalmente più pesante ed estremamente pericoloso.
Il passaggio dal caso Foodinho al caso Deliveroo mostra, quindi, con chiarezza che il tema dei rider non è episodico ma strutturale. Le indagini stanno progressivamente mettendo in luce come l’innovazione tecnologica non elimini automaticamente lo sfruttamento, ma possa trasformarlo, rendendolo meno visibile e più difficile da riconoscere.
Un’altra via è possibile e lo dimostra il contratto integrativo firmato nel 2021 e rinnovato poco tempo fa tra i sindacati confederali dei trasporti e la società Just Eat, che da allora riconosce ai rider la natura subordinata del lavoro applicando il Ccnl logistica, trasporto merci e spedizioni che garantisce adeguate tutele salariali, normative e di sicurezza.
In attesa che la direttiva europea sul lavoro per le piattaforme digitali entri definitivamente in vigore e venga recepita anche in Italia, la questione che emerge riguarda il governo del lavoro digitale. Non si tratta di fermare le piattaforme, che rappresentano ormai un servizio diffuso e radicato nella vita quotidiana, ma di normare il loro funzionamento, definire regole più chiare, maggiore trasparenza degli algoritmi, tutele effettive, retribuzioni dignitose e un equilibrio più concreto tra flessibilità e sicurezza.
Per questo Foodinho e Deliveroo non sono solo casi di cronaca isolati. Rappresentano il segnale di una fase nuova, in cui il lavoro dei rider diventa simbolo di una trasformazione più ampia del lavoro contemporaneo. La sfida per le istituzioni e le parti sociali è accompagnare questa trasformazione senza sacrificare diritti e dignità.
Perché dietro ogni consegna non c’è soltanto un servizio rapido ed efficiente, ma c’è un lavoratore, una persona.




