Donne al volante, guidare il cambiamento: perché il TPL deve puntare sulle donne. 

Donne al volante, guidare il cambiamento: perché il TPL deve puntare sulle donne. 

Di Matteo Pellegrini – Uiltrasporti Lombardia 

Se chiedessimo ad un gruppo di persone, all’interno di una stanza, di disegnare un’autista di autobus, molto probabilmente la totalità di queste persone disegnerebbe un uomo. Un fattore prettamente culturaleche presuppone che questa professione sia strettamente correlata alla sola figura maschile. Si configura quindi il classico esempio di stereotipo di genere, con la diretta conseguenza di una scarsa considerazione delle possibilità connesse con l’intraprendere questa tipologia di carriera, da parte delle donne in cerca di occupazione.  

Parliamo di un settore caratterizzato da una strutturale e riconosciuta difficoltà nel reperire personale a causa di un salario non adeguato, una scala parametrale oramai vetusta, un bilanciamento vita/lavoro non coerente con le necessità private e famigliari delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto. Tanto per intenderci, riportando una statistica generale, solo lo 0,4% degli autisti su scala nazionale risulta under 25 anni, il 18% under 40 ed il 45,8% si rileva over 50 anni di età (dati MIT). Numeri che parlano da soli, sottolineando una prospettiva drammatica per quanto concerne il futuro del TPL nazionale. Attualmente, rispetto alla totalità degli Operatori di Esercizio, le stime realistiche che descrivono la componente femminile si attestano intorno ad una forbice tra il 3 e l’8% in Italia, mentre in Europa la percentuale si eleva al 16% della totalità.  

Esistono ad oggi delle difficoltà oggettive al concreto avvicinamento delle donne a questo tipo di lavoro. Le Accademy strutturate dalle aziende di settore, offrono in realtà ampie possibilità per l’ottenimento delle patenti professionali (D o DE sempre e comunque con CQC), ma resta un sistema però ancora scarsamente “sponsorizzato”, soprattutto in termini di parità di genere. Un ulteriore punto penalizzante può risultare la gestione degli orari, dei turni di lavoro, verosimilmente per quanto riguarda i carichi familiari, ancora estremamente sbilanciati sulle lavoratrici. Da questo punto di vista risulterebbe utile cominciare a sensibilizzare in modo massiccio sulla tematica, ricercando soluzioni non solamente nei riguardi della stessa organizzazione del lavoro interna alle aziende di comparto, ma ricercando anche una coerente trasformazione socio-politica del paese, attraverso il supporto legislativo, spingendo verso una possibile parità di gestione dei carichi famigliari stessi (congedo parentale paritario). Altro punto da attenzionare quello di un ambiente di lavoro scarsamente inclusivo. In alcune realtà si riscontrano effettivamente carenze nell’ambito infrastrutturale: spogliatoi inadeguati o deficitari, servizi mancanti o inadeguati nei depositi e nei capolinea, spazi di sosta non dignitosi. Per non parlare poi del problema connesso alla sicurezza sul lavoro e in particolare il tema delle aggressioni, al centro della nostra campagna nazionale “Aggressioni nei trasporti: per me è no!!!”. Proprio su questo abbiamo intervistato Elisa, una autista milanese, che si è avvicinata a questa professione da poco più di un anno.       

Come ti sei avvicinata alla professione dell’autista? Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa carriera? 

Mi sono avvicinata alla professione perché semplicemente mi piace guidare. Ho sempre desiderato guidare gli autobus e, grazie alla proposta dell’azienda presentata dalle Accademy, ho potuto cambiare completamente la mia vita. Questo mi ha permesso di intraprendere il percorso per ottenere le patenti, superare le visite mediche ed infine, ottenere il lavoro. La passione per la guida è fondamentale in questo mestiere. Se non si ama guidare, questo lavoro non è consigliato, soprattutto a causa delle problematiche che si incontrano in strada. 

2. Quali sono secondo la tua opinione, i punti di forza e le difficoltà che incontra una autista durante la sua quotidianità lavorativa 

Le turnazioni sono un pro e un contro allo stesso tempo. Se non si fanno straordinari, le turnazioni permettono di avere del tempo libero per gestire altre attività. Quando lavoravo dal lunedì al venerdì, dovevo chiedere permessi per qualsiasi cosa, anche per andare in banca o fare commissioni. Con le turnazioni, se si rispettano le ore, si ha tempo libero a disposizione. Il contro delle turnazioni è che ci si deve abituare a sveglie presto la mattina oppure a rincasare tardi la sera, cosa a cui prima non ero abituata. Tuttavia, una volta che ci si è dentro, non pesa più. Anche lavorare il sabato e la domenica, che prima era impensabile per me, non mi pesa così tanto come immaginavo dopo 24 anni di weekend e festivi a casa. Ci sono anche aspetti negativi che riguardano l’organizzazione del lavoro. Dovrebbero strutturare meglio le pause tra un turno e l’altro. Ad esempio, non è ottimale fare un giro, poi una pausa, e poi quattro giri di seguito, i cosiddetti turni avvicendati (o spezzati in gergo), comportano un dispendio di ore eccessivo rispetto al tempo rimanente extra lavorativo. Per quanto riguarda il salario, pur venendo da una situazione economica peggiore, sento che non siamo retribuiti il giusto data la responsabilità che abbiamo nel condurre mezzi con persone a bordo, ovvero per i rischi che comporta la guida stessa. Dovrebbe esserci un maggiore riconoscimento della professionalità di chi svolge questa mansione. La stanchezza e la concentrazione richieste sono elevate, e il rischio di incidenti è maggiore rispetto ad altre professioni. Sono arrivata in un momento in cui, grazie alla contrattazione, c’era stato un piccolo aumento con il rinnovo del contratto nazionale. Così come particolarmente impattante risulta la stessa contrattazione di secondo livello aziendale. Resta però ancora molto da fare ad esempio riguardo le tempistiche inerenti alle progressioni di carriera (scala parametrale).  

4. Parliamo di aggressioni, la Uiltrasporti ha lanciato una campagna nazionale “Aggressioni nei trasporti: per me è no!!!”, un tema particolarmente sentito e concreto nel comparto. Puoi raccontarci le tue esperienze, come e se hai vissuto in prima persona episodi di questo genere? 

Questo tema si rivela un problema concreto e reale nel settore dei trasporti, e risulta particolarmente sentito anche nelle nostre zone e nella nostra quotidianità. Quando parliamo di aggressioni è doveroso specificare che queste possano essere verbali o fisiche. Purtroppo, riceviamo molti insulti ogni giorno, sia all’interno che all’esterno dell’autobus. Mi è capitato due volte di essere coinvolta in aggressioni verbali, potenzialmente sfocianti in qualcosa di molto più grave. Una volta, era il primo dell’anno, il bus si è rotto e sono rimasta ferma in mezzo alla strada. Un ragazzo ubriaco e sotto l’effetto di sostanze, iniziò a prendere a calci e pugni il mezzo. Fortunatamente, non è riuscito ad aprire la porta. Continuò per mezz’ora, finché non intervenne la security. È stata una situazione spaventosa, molto ansiogena. Un’altra volta, un’aggressione inizialmente verbale, non ha coinvolto me direttamente, ma il ragazzo che aveva iniziato a litigare con me ha poi picchiato un passeggero che era intervenuto in mia difesa. Anche in quel caso, la sicurezza è intervenuta rapidamente. Ma l’utente criminoso ha continuato ad usufruire della linea, causando diversi episodi violenti nei confronti di altri utenti e di alcuni colleghi, qualcuno ha anche subito violenze fisiche.  

Quali possono risultare secondo te le possibili soluzioni percorribili? 

Per le aggressioni verbali, non c’è molto da fare. È facile insultare quando non ci si ferma, come dietro una tastiera. Per quanto riguarda le aggressioni fisiche, non risulta possibile avere la security a bordo durante ogni singola corsa. Il problema sta alla base: la situazione connessa alla sicurezza in questo senso, resta connessa con la punibilità del trasgressore. Il caso del soggetto descritto prima ne è la riprova. Alla base inoltre c’è una questione culturale. Ci vorrebbero dei sistemi di sicurezza maggiormente efficaci, mi rendo conto delle difficoltà ovviamente. Come mi viene spesso chiesto, sul fatto di provare o meno paura, oppure quando mi dicono se faccio le notti… Io ho detto che per il momento le notti su questo deposito non le faccio, ed in ogni caso ringrazio questa cosa di non fare le notti attualmente. Se queste persone si comportano costantemente in questo modo, è perché sanno che tanto noi non possiamo né difenderci né reagire, semplice.  

3. Consiglieresti ad altre donne di intraprendere questa carriera? 

Se dovessi consigliare a un’amica di intraprendere questo percorso, le direi che se le piace guidare, è il lavoro più bello e soddisfacente da svolgere. Non si tratta solo di lavorare, ma di fare qualcosa che si ama, il che permette di viverlo meglio. Propongo questo lavoro a parenti e amiche, perché penso sia un bel lavoro, ma è fondamentale che piaccia la guida. 

Elisa ci ha offerto diversi spunti di riflessione molto interessanti per cambiare la percezione stessa del mestiere. Ma ciò risulterebbe comunque insufficiente qualora non si delineasse seriamente l’idea di rendere effettiva un’organizzazione del lavoro flessibile e bilanciata, oltre agli stessi ambienti di lavoro inclusivi e ben strutturati. Sistemi di welfare integrato, ad esempio di supporto alla genitorialità, bonus di ingresso e una reale visione di insieme, anche in vista della piattaforma di rinnovo da sviluppare, alla scadenza del CCNL, possono e devono aprire un dibattito ed un reale confronto in merito. Non si tratta di “convincere” le donne, si tratta di rendere il settore attrattivo, raggiungere già le percentuali vicine alla media europea potrebbe rivelarsi ossigeno per l’intero comparto. Per salvare il TPL, un cambiamento è richiesto e necessario, questo cambiamento deve tenere conto anche di questo fabbisogno. Il Trasporto Pubblico Locale deve puntare sulle donne, per avere una marcia in più.